1930

Le contrazioni si facevano sentire e ormai andavano avanti già da un po’. Doveva mandare a chiamare qualcuno che l’aiutasse. Era passato già un po’ di tempo dall’ultimo parto, ma quello di oggi non era certo il primo, e lei sapeva già cosa doveva fare. Non che avesse paura, però era un po’ preoccupata, anche per via della sua età. Quarant’anni: certo non pochi, per partorire.

Un’altra contrazione le fece ricordare la prima volta e ormai quel neonato era un giovane uomo: nel frattempo c’era stata di mezzo addirittura una guerra, la ‘grande guerra’, come la chiamavano in tanti, anche se lassù, in cima alla collina dove sorgeva il suo minuscolo e povero paese, fortunatamente ne era arrivata solo un’eco: poco più, e l’avrebbe spazzato via.

Arrivò una contrazione più forte. Era freddo, lei però continuava a sudare. L’inverno stava cedendo a un accenno di tepore, ormai, ma il mese di marzo, si sa, è inaffidabile e chissà cosa avrebbe riservato per quel bimbo che stava arrivando, quel bimbo che finalmente arrivò: bello e sano, dagli occhi attenti e lo sguardo divertito, la piccola mano agitata nell’aria come per un saluto o forse una carezza. Lo chiamarono come il nonno materno dedicandolo, involontariamente, a Lei.

2012

S’era arreso. Aveva sentito le ottanta e più primavere trascorse da quel marzo lontano pesare sulle palpebre e chiuderle, sul cuore e fermarlo. Aveva tentato di allontanare, in un sussulto di dignità, l’ultimo camice bianco armato dell’ennesima flebo: “basta”, aveva detto la sua mano smagrita scagliata contro l’aria, la fronte corrugata dietro la maschera d’ossigeno. E infine era riuscito a fuggire di lì.

Il paese in cima alla collina, ormai quasi disabitato, lo aspettava. Il carro funebre aveva rallentato entrando sulla piazzetta e svoltando per il piccolo cimitero, dove sua madre, suo padre, suo fratello e tanti altri parenti e amici dai cognomi ricorrenti sorridevano sereni o lanciavano sguardi severi dai marmi, nelle foto spesso scolorite dal tempo: “sei tornato”, gli sussurrarono alcuni, “è tornato”, mormorarono altri.

La bara venne issata fino all’ultima fila dei loculi, e scivolò in quella nicchia buia e senza tempo. Un’anziana signora osservava in silenzio, pallida, carezzando con occhi dolci la cassa di legno, lo scrigno che custodiva i suoi ultimi sessant’anni di vita. Gli parlava in silenzio, il silenzio le rispondeva. Poi qualcuno l’abbracciò, la guidò con dolcezza fino al cancello e la condusse via, consegnandola ai suoi ricordi. Si lasciarono alle spalle le gerbere color arancio della corona di famiglia che brillavano al sole, il sole caldo di fine maggio, il mese di Lei.